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vivi o muori

scrivere di fatto rappresenta un’azione attiva, non può essere rappresentata con un passivo, sarebbe un suicidio. Io scrivo, penso quindi sono! Ma sono anche morto, un secondo fa. Già è passato, e non me ne sono accorto. La prima volta che veramente ho cominciato a razionalizzare la morte, avevo 11 anni e frequentavo la prima media. Nei primi giorni in cui non c’erano ancora tutti i professori assegnati, avevamo dei supplenti. Ma erano finiti anche quelli, e quindi arrivò il preside. Si abbassò per poter entrare in classe, e si sistemò la folta barba nera. Ecco, pensai, abbiamo mangiafuoco in classe, sbirciavo ma non riuscivo a vedere le scarpe, ero convinto che avesse le scarpe con le punte ritorte, come i geni della lampada. Forse sarà stato questo mio abbassarmi, oppure il mio sguardo, insomma, mi fregai da solo. – Andrea vieni alla lavagna – I passi erano incerti, gli sguardi su di me erano pesanti. – Ho scoperto che non trovi un avversario valido in piscina, vinci sempre, questo è un bene per i colori della nostra scuola – Non avevo capito un cazzo, solo che questo tizio si era letto tutta la mia documentazione.

– Dimmi Andrea, tu puoi vivere tre miliardi di secondi? – Ma va fanculo, non aveva niente da fare oggi questo? Sono fermo, mentre i miei compagni ridono, si danno gomitate, suggeriscono cazzate che non riesco neanche a sentire. – Non posso risponderle – Eh perché mai? – Perché devo capire 100 anni a quanti secondi corrispondono – Silenzio, non volava più una mosca. – Allora non sei tutto muscoli e niente cervello – Scrivi il calcolo alla lavagna. Screeeeeekkkkk!!! La graffite era nuova, la scuola era nuova, la mia classe era nuova, alla fine l’unica cosa che conoscevo ero io e quello che avevo dentro. Riprovai e dopo alcuni segni, il gessetto bianco smise di stridere.

Il mio sguardo scappa fuori dalle vetrate, vedo casa mia, la finestra che da sul mare. Le mani si muovono e i segni bianchi aumentano. Miliardi; ma chi aveva mai fatto calcoli a dieci cifre? Ritornai in me stesso, e cominciai a sentire i brusii alle mie spalle. Qualcuno aveva preso la calcolatrice e si divertiva a buttare li una risposta, sbagliata.

– Se vivrò 95 anni e qualche mese la risposta è sì, altrimenti la Risposta è chiaramente no! –

Il preside ci aveva dato una lezione molto importante sui numeri, facendoci capire quali sono le grandezze così diverse, ma su cose pratiche, come la vita e la morte. Un modo semplice per parlare di un argomento tabù, oppure per capire quanto è prezioso ogni secondo della nostra esistenza.

Capì che il tempo poteva essere una misura universale, potevo giocarci ricordando la sequenza di numeri: 60x60x24x365xanni o viceversa. Quanti secondi ha vissuto Gabriele D’annunzio? Quanti secondi ha buttato via? Così iniziò la corsa a misurare tutto in modo temporale.

Noi viviamo e moriamo contemporaneamente come il gatto di Shrodinger, e la nostra coscienza di chi siamo e dove siamo si rifà al paradosso del “chiodo nel muro”. Nella prima bisogna approfondire e capire come avviene l’osservazione quantistica, per la seconda più alla nostra portata, guardiamo un muro, al primo sguardo non notiamo il chiodo, ma mano mano che passa il tempo, riusciamo a vederlo, da quel momento vedremo sempre il chiodo, lo percepiremo in modo tridimensionale sulla parete e dentro alla stanza, e capiremo anche noi stessi dove ci troviamo rispetto a lui.

Questo per esprimere un semplice concetto: dopo che avrete visto per la prima volta il chiodo, o avrete capito che cosa significa scrivere un libro, non vedrete più cose indistinte e nebulose, vedrete il chiodo. Quello che è capitato nella mia testa e nella testa dei miei compagni di classe, quando abbiamo capito il tempo, la morte e la vita, semplicemente razionalizzando una misura per noi enorme come il miliardo.

Vivi o muori, lo puoi tradurre in: scrivi o muori. Quindi quanto tempo vuoi dedicarlo al semplice morire ogni secondo, o vivere scrivendo? A te la scelta, ma tre miliardi di secondi li devi sfruttare al meglio!

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